LABORATORIO CREATIVO
Qui si sviluppa l'idea per un piccolo progetto editoriale condiviso e si asseconda l'inclinazione al gioco dei partecipanti.
Gli invitati speciali a questo divertissement li trovate nell'omonimo titolo dei link.
Buon divertimento!

A.Moroni
agostellino
Alp
Antimonium
biancaneve
Capsicum
cicabù
ciccioprof
ironica
LamaDiCorte
Tao
4. Sulla fragilità e sull'illusione: il mondo interno/esterno di Internet.
Ci sembra interessante interrogarsi su quali ripercussioni possa avere l’attuale repentina e intrusiva rivoluzione tecnologica della comunicazione, su quella “faglia interiore” , metafora cui Ricoeur è ricorso per cercare di descrivere la vicenda del soggettivo, colto nella sua fragilità e temporalità. Le riflessioni su questo specifico quesito, stanno producendo esiti contrastanti in diversi ambiti disciplinari (psicologia cognitiva, filosofia, psicoanalisi). Ci sembra utile, dal nostro punto di vista, la designazione di “Campo relazionale illusorio onnipotente”, per definire, sul piano del suo rispecchiamento intrapsichico, la rete di connessioni informatiche che dà vita alla realtà virtuale, cioè a Internet. Il progresso tecnologico, con la possibilità per il soggetto di collegarsi simultaneamente dallo spazio privato del proprio Sé, con qualsiasi località del globo, ha creato la possibilità di interagire direttamente con un imprevedibile e illimitato mondo iconografico e linguistico-comunicativo. Questo campo relazionale illusorio, consente facilmente di manipolare e gestire informazioni praticamente di ogni genere; di mettere in scena, in altri “mondi paralleli”, quote, parti o narrazioni di sé, che forse non emergerebbero in altre zone del reale vissuto dal soggetto. E’ un campo relazionale capace di creare la possibilità di un rispecchiamento multiplo, illimitato, per la soggettività, che trova così la possibilità di interrogarsi e riconoscersi, ma anche, paradossalmente, di perdersi. Non neghiamo, infatti che Internet costituisca un potente strumento di autointerrogazione e di relazionalità per il soggetto. Tuttavia è l’elemento illusorio e finzionale ciò su cui vorremmo appuntare la nostra attenzione, cioè sull’illusione, fortemente veicolata dall’ambiente informatico, che “virtualmente” si possa oltrepassare con facilità quel confine che fa dell’identità storica dell’Io, un essere limitato e unico. L’elemento fantasmatico onnipotente che viene evocato dal mondo virtuale del Web, consiste appunto nel far balenare l’illusione di poter “essere un altro”, di poter sciogliere i vincoli dell’Io e della sua problematica mondana (della sua normale fatica a stare al mondo, nonché di riconoscersi nella fragilità delle sue “faglie segrete”), consentendogli di vestire i panni di chiunque il suo desiderio (inconscio) voglia vestire. E senza che peraltro l’individuo si accolli il dolore narcisistico della relazione. Infatti il soggetto si confronta solamente con un computer, con una macchina che cristallizza l’interazione tra soggetto e oggetto del dialogo. Si pensi, inoltre, all’ormai diffusissimo uso del “nickname”, cioè di uno pseudonimo attraverso cui l’individuo accede alle comunità virtuali, alle chat-room, vere e proprie stanze virtuali, veri “salotti”, palestre, “centri di aggregazione”, “discoteche”, senza essere riconosciuto come tale, bensì vestendo una qualsiasi “personalità come se”, a sua discrezione. Nella rete il soggetto diventa quindi virtualmente illimitato, può uscire dalla sua pelle, fantasticare di essere altrove e chiunque, e soprattutto essere o non-essere emotivamente presente. Non essendo visualizzabili elementi relativi al linguaggio non verbale o indicatori prossemici di relazione, può inoltre fingere uno stato d’animo, quando invece ne percepisce uno opposto, deformando e manipolando a priori la dialettica relazionale con un altro (o altri) soggetto-nickname con cui interagisce. Ciò che appare sul video può infatti non coincidere affatto con le reali intenzioni dell’individuo che sta dietro l’identità-maschera che si è costruito. All’interno di questo processo comunicativo, vediamo così come il tema del “chi sono io” già si perde nei mille rivoli indistinti della finzionalità e dell’apparenza; la fragile metafora della “faglia segreta”, seppur relativamente autentica, dell’io, si scioglie come carta velina nel flusso acquatico che liquefa le maschere di altre identità supposte-tali, ma che non si possono toccare, potremmo dire, emotivamente con mano, cioè attraverso i tradizionali “setting” entro cui siamo abituati a vivere e a valutare la relazione con l’altro
* * *
(ATOPIC LAND - 4 - ) L’automobile di Od era parcheggiata in uno spiazzo polveroso proprio dietro il drugstore, e nel cielo si muovevano lente aerostatomobili dalla forma di uova allungate con in cima un pennacchio rosso svettante, mosso dai venti. Il loro ronzio generava un senso di stanca calma da fine giornata lavorativa. Ogni tanto un’aerostatomobile si abbassava leggero, fino a dieci metri sopra le loro teste, e faceva calare lunghissime scale di alluminio che sbattevano contro terra, facendo scendere persone che salutavano altri passeggeri al finestrino, agitando una mano. Poi risalivano su altre macchine volanti, dirette in diverse direzioni. Loro due erano stanchissimi, quindi entrarono subito nel drugstore, dove, dietro il bancone, sedeva il bambino-tricheco che già avevano incontrato ore prima.
-Stiamo per chiudere- Disse il bambino tricheco, facendo battere le zanne sul legno marrone del banco, minacciosamente. Aveva gli occhi neri e vispi, e si vedeva lontano un miglio che avrebbe preferito uscire a correre inseguendo lucertole, piuttosto che starsene lì a vendere cubetti d’azoto aromatizzato, in quel vuoto totale.
- Coraggio, ragazzo, dacci almeno un panino e un cubo, poi ce ne andiamo-
- Te lo scordi. Ti ho appena detto che stiamo chiudendo- disse il bambino.
In quel mentre entrarono tre poliziotti vestiti di nero da capo a piedi, cappello triangolare in testa, e il solito schermo televisivo nel marsupio collocato sulla pancia. Con fare brusco ordinarono panini, mentre Odros faceva al bambino un gesto di scherno, allargando le braccia. Un poliziotto dai lunghi baffi viola guardò Od in cagnesco e poi gli chiese, a bruciapelo :- Bè, voi che ci fate in giro in questi orrendi posti? Vi consigliamo di tornare presto in città, perché sta aumentando il traffico. Si stanno facendo molte plastificazioni, stasera-
- La ringrazio dell’informazione, tenente- Rispose Od – Siamo ricercatori dell’Accademia, in perlustrazione. Beviamo un cubo, poi tagliamo la corda-
- Ah, ricercatori…e che atopìe avete trovato oggi? Qualche bella ragazza-formula vibrante? ah ah ah!- E tutti gli altri risero di gusto, lasciando
Odros esterrefatto. Poi i tre cominciarono a raccontarsi barzellette oscene, sghignazzando animalescamente, e i due amici, bevuto un cubo, decisero di uscire.
In macchina, mentre il sole tramontava, sebbene l’aria fosse ancora abbastanza luminosa, Phedj guardò Od e gli disse, masticando un chewingum: - Abbiamo rischiato la vita per questa tua puttanata delle Montagne! Dove cazzo sono queste Montagne, eh? Il Territorio è ultrapiatto da almeno cinquemila anni…forse negli abbissi marini, non lo so, ma comunque secondo me è tutta una bufala-
Odros non rispose. Capiva benissimo che Phed era rimasto sconvolto dall’esperienza delle polibellule. Quindi lo lasciò parlare. Ma era uscito dal suo stato dissociativo, e quella era la cosa più importante comunque.
Entrando in città le code delle automobili erano come colonne di formiche lente contro un cielo che stava diventando arancione. I catelloni pubblicitari sparsi ovunque urlavano, a lettere cubitali: “Adottate un Humano! Non ve ne pentirete. Lo pescate al mattino e lo riponete la sera. Un ottimo sistema per alleviare le vostre fatiche nei campi!”. Intanto gli elicotteri della polizia sorvolavano gli alti edifici condominiali formicolanti di gente che entrava e usciva in continuazione. Si sentiva forte il rumore delle eliche. A un certo punto videro che un elicottero più grande degli altri stava facendo calare il Cubo Marrone delle plastificazioni punitive, proprio a cento metri davanti a loro, nel bel mezzo di un vialone alberato.
(ATOPIC LAND - 3) Un buio gommoso trafitto da rumori impossibili da udire, lo avvolgeva completamente. E a un tratto pensò che sarebbe diventato sordo. Anzi se lo augurò, quando cominciò a sentire un dolore lancinante dentro l’orecchio sinistro. I molluschi volanti, sopra di lui, erano a centinaia: ali trasparenti, corpaccione squamato e coriaceo, tentacoli penzolanti. Con una mano Odros cercava di buttarsi la sabbia addosso, ma non era facile, visto che gli sembrava di essere al centro di un uragano, che lo sollevava dalla buca, risucchiandolo verso l’alto. Un odore acre di salsedine e zolfo lo investiva a ondate continue e lui fu lì lì per vomitare, mentre neri bagliori si agitavano nell’aria, e il suo occhio era di continuo colpito da schegge di oggetti che non sapeva definire. Però non durò molto. Lentamente, lo sciame viscido si dileguò, compiendo una vasta virata ad arco nella pianura, dirigendosi di nuovo verso il mare aperto. Le polibellule usavano compiere questi voli uscendo dalle acque ogni quattro-cinque ore, alla ricerca di stringhe di nanochip disperse nell’aria, attraverso le quali potevano così riassemblarsi biotecnicamente a loro piacimento, per poter affrontare al meglio il gelo delle profondità abissali che abitavano. Laggiù, in effetti, faceva assai freddo, e da molti anni a quella parte, il mare non era certo un ambiente molto ospitale. Bisognava difendersi. E loro ci riuscivano benissimo, per la verità.
Il vento stava calando, e il sole era tornato a risplendere su tutto il Territorio. Odros si alzò piano dalla fossa che aveva scavato, cercando di aggiustarsi alla meglio la protesi, sulla testa tondeggiante. Sentiva il frusciare degli sterpi, quindi non aveva perso l’udito, e la vista sembra ancora buona.
- Phedj!- Gridò – Esci di lì, se ne sono andate!-
La buca di Phedj era ancora coperta di sabbia, ma lasciava trasparire la sua giubba verde, scopertasi dopo le micidiali raffiche di vento. Non cogliendo il minimo movimento, da parte dell’amico, allora Odros si diresse verso di lui e cominciò a togliergli di dosso la sabbia, finchè non vide il testone oblungo e gli occhi-oblò, serrati come una notte infinita. Lo prese per le spalle e cominciò a scrollarlo, fino a quando Phedj non si risvegliò da una sorta di torpore incosciente, nel quale la paura l’aveva fatto precipitare.
(ATOPIC LAND - 2) Era stato molti anni prima, quando si era spinto fino al lungomare, fino alle lunghe Paratie Azzurre, alla ricerca di una Voce che era uscita dal recinto e si era persa per un errore di un operaio Humano. Quegli Humani erano assolutamente inaffidabili e lui non era ancora riuscito a capire come il Consiglio Theopolitico Nazionale non li aveva ancora eliminati tutti, odiosi puzzolenti catorci muffi. Quella volta, diciamolo pure, aveva rischiato la vita. Il branco, quella volta, era norme.
Odros fu costretto a distogliere immediatamente l'attenzione dai suoi stessi pensieri, nel momento in cui alzò lo sguardo verso l'orizzonte che fremeva e pulsava in modo assordante: un'oscurità che galoppava come raffiche di lingue di fuoco nere puntate verso di loro emettendo stridori e mugolii che sembravano provenire da dovunque.
Phedj aveva scavato per quasi un metro e mezzo la sua buca a forma di T, ma continuava a buttare fuori sabbia su sabbia con le due braccia che ormai gli facevano male. Il sudore gli colava a rivoli sul collo, fin sulle spalle. La mandria polibelluloide ora si era fatta orrendamente vicina, tanto che Odros, guardando di fronte a sè, potè scorgerne i piccoli occhi scuri avanzare nell'indiavolato frastuono che agitava intorno un turbine di sabbia, carte, sterpaglie.
-Buttati! Ora!- Urlò a Phedj, e gli parve che la sua voce fosse un flebile sussurro.
Ma Phedj, alzata l testa verso il branco galoppante, si paralizzò di nuovo, nel senso che non riusciva a muovere un dito. Allora Odros, si staccò rabbiosamente dalla sua fossa e si gettò sull'amico.
Lo buttò dentro, ricoprendolo rapidamente di sabbia fino alla cannuccia bianco-azzurrata.
Si diresse poi con passo sveltissimo verso il loculo buca e vi si tuffò un attimo prima che la testa cartilaginosa della prima polibellula lo centrasse
all'altezza del collo.
ATOPIC LAND
Racconto da un Altrove
I
Il sole era alto.
I due camminavano nella vasta pianura desertica, sbuffando, trascinando i piedi per la stanchezza e per il caldo che si era fatto insopportabile. La grande piana che li circondava era un orizzonte che risplendeva di luce ovunque, intorno, una trasparenza abbagliante e bianca, una vastità aperta a vista d’occhio, nella quale risaltavano solo ciuffi radi di garaguglie violette.
Odros aveva un solo occhio, posto sulla sommità del capo, nel luogo esatto che anticamente si soleva chiamare "fontanella". Per riuscire ad ottenere
una visione orizzontale del mondo, altrimenti impossibile, si era tuttavia fatto installare un tubicino metallico che si inerpicava lungo la schiena,
saliva poi al di sopra del capo, e finiva con uno specchio rettangolare, basculante, che Odros poteva far muovere in tutte le direzioni, attraverso una manovella manovrabile con la sua mano destra. Munito di tale protesi, la sua visione frontale risultava perfetta. Era un tipo dai modi bruschi, lui. Oh sì, era una ricercatore, certamente, anzi, la ricerca era la sua stessa vita, passata a occuparsi di ritrovamenti, di spazi vuoti, di cose perdute e che nessun altro avrebbe mai osato cercare. Ritrovamenti di cosa? Ma di residui Humani Originali, naturalmente, raccontava a colleghi e amici, quando usciva a bere, al pub, mentre loro lo guardavano tutti con occhi vacui o perplessi.
Phedj, non aveva problemi di visione frontale, invece. Ci vedeva benissimo, attraverso i suoi occhi, collocati sulla fronte. In verità questi "occhi" erano costituiti da un oblò dalla forma allungata, sotto il quale sporgeva lievemente la sua bocca dalle labbra così sottili da confondersi con il resto. La testa di Phedj, poi, era larga circa un metro, e, mentre camminava nella vasta pianura bianca e torrida, gli ciondolava a destra e a sinistra, ritmicamente, mentre gocce di sudore lente gli colavano lungo la faccia. D'altra parte i rassemblatori biotecnici non andavano troppo per il sottile in fatto di accostamenti corporei. Come durante l'ultimo resettaggio, avvenuto circa sei anni prima, col quale gli avevano sostituito una mano con una pinza a due maglie.
- Mi vuoi spiegare dove stiamo andando, una buona volta?- Chiese Phedj al compagno.
- Sei un idiota! Ecco cosa sei! Quante volte te lo devo dire che stiamo cercando le Montagne, e che bisogna avere davanti un orizzonte molto ampio per vederle sbucare, le Montagne!- Rispose Odros, visibilmente alterato.
- Ascolta Od: sono quindici giorni che vaghiamo in questo deserto dove non c'è niente di niente, se non qualche cespuglio di kossendra sfilacciata. E l'ultimo drugstore dove abbiamo lasciato la macchina è a tre chilometri a piedi da qui. Andando avanti così, tra poco arriveremo alle saline. Hai capito? Le saline! Tutto questo perchè hai voluto ascoltare quel pazzo di Ult!-
Odros si fermò per qualche secondo, poi, dando un calcio ad un grosso cristallo di sale che rotolò nella sabbia biancastra, disse:
- Ascoltami tu, invece. Se non avevi voglia di seguirmi in questa ricerca, che ti ricordo sto svolgendo per l'Accademia, potevi startene a casa a far scorazzare in giardino il tuo ornitorinco domestico, invece di venire qua solo per crearmi problemi!-
- Già, l'Accademia! Come l'ultimo tuo fantastico esperimento. Volevi ricreare addirittura un Humano Originale! E invece ti è esploso in faccia
come un budino!- Disse Phedj.
- Ci sono andato mooolto, mooolto vicino! Ho degli indizi chiari rispetto alle Montagne, lo sai, e l'Accademia si fida. Chi ha scoperto il Luogo delle Voci
Disarticolate? Io, perbacco! Tutte le volte che passo da quelle parti, le Voci non fanno altro che ringraziarmi per aver delimitato il loro territorio.
Anche il Consiglio Theopolitico Nazionale si è congratulato con me! Se non ti va di seguirmi, torna al drugstore e aspetta che un aerostatomobile ti dia un passaggio.-
- Non è questo il punto. Mi sto domandando semplicemente se vale veramente la pena fare tutta questa strada per una ricerca che riguarda ancora quegli stramaledetti Humani Originali. Cosa ci trovate, tu e Ult, di così affascinante? Non parliamo poi, degli Gli Humani Attuali, branco di maiali che passano il tempo a sniffare benzene muffo. Hanno il cervello completamente fritto, quelli.
Ce n'è qualcuno che sostiene addirittura di essere un pronipote di un Humano vero. Ti rendi conto? Sono totalmente andati. Ult beve le loro
fesserie come azoto puro. E tu bevi le geniali teorie di Ult. - Parlò tutto d'un fiato, ansimando per la fatica, e facendo attenzione a non far ciondolare troppo all'indietro la testa.
-Stai dicendo solo fesserie- lo interruppe Odros, voltandosi di scatto.- Ult è uno scienziato. E' il miglior esperto in archeologia Humana che io conosca.
- Attualmente è del tutto screditato, in Accademia- sibilò Phedj-dalla-bocca-sottile.
-Sì, ma solo per via di quella relazione con la segretaria della Criptoteca Nazionale, la qual cosa non toglie niente al suo sapere! E adesso
piantala Phedj, mi stai facendo innervosire.-
Ci fu una pausa di silenzio. Odros continuava a camminare scrutando l'orizzonte dalla sua protesi-specchio che manovrava attraverso scatti nervosi di manovella. Phedj continuava a seguirlo, mentre il vento sollevava cartacce che svolazzavano lontano. Il cielo era limpidissimo, e si udivano solo il suono del loro passi scricchiolanti sul terreno granulare, e il cigolio intermittente della protesi-specchio, il tutto avvolto dal sibilo leggero del vento.
Quella era la zona meno abitata e più piatta di tutto il Territorio, che a sua volta si estendeva, senza interruzioni geologiche di nessun genere, dall’Irlanda al Giappone, e comprendeva la Russia e la Siberia, e poi l’Oceania, e più sotto l’Africa, e poi basta, perché, sosteneva qualcuno (considerato poco più che un pazzo) le Americhe si erano inabissate, un sacco di tempo prima. E le Americhe loro non le chiamavano Americhe, ma Talasside, cioè ormai solo un mito da raccontare ai bambini, per farli addormentare. Il loro pianetucolo rotante ne aveva fatta di strada da lì a quattromilduecento anni prima, quando si erano ritirate quasi tutte le acque, ed era iniziata una deriva agglutinante dei continenti, che alla fine era uno solo, adesso: il Territorio, unica, orizzontale distesa semi-desertica, ancora non del tutto esplorata. E Odros era infatti un archeotopologo, specializzato in orizzontalità spaziali, ma con la fissa dei residui Humani.
- Ascolta, Odros, sono due ore buone che camminiamo. Tra poco saremo alle saline, poi al mare. Non mi piacerebbe essere travolto da un branco
di polibellule!-
Non aveva terminato la frase che Phedj sentì un rumore sordo e lontano, come un fruscio che rimaneva tuttavia ovattato dai fischi dell'aria che intorno
Continuava, con sempre maggior veemenza, a sollevare mulinelli di polvere.
-Hai sentito anche tu?- Chiese Phedj, fermandosi di colpo.
-Sentito cosa?- Rispose Odros, sebbene avesse capito benissimo il senso della domanda dell'amico- Io non ho sentito niente-, e continuò imperterrito
a camminare. Il rumore, però si faceva sempre più udibile. Adesso era come un fruscio di tessuti pesanti, ma come ritmato da un ticchettio lontano.
Phedj si protese in avanti e prese Odros per le spalle. Gli piagnucolò in faccia:
- Ti prego, Odros, te lo chiedo per favore. Andiamocene subito. Sono loro! Che cosa ti avevo detto?-
Odros si ritrasse bruscamente dalla presa della mano e della pinza di Phedj.
- Hai portato con te il binocolo? Spero di sì. Dammelo-
Phedj, con mossa incerta e tremante, prese la borsa di rete che aveva a tracolla e cominciò a frugarci dentro, affanosamente, finchè non estrasse un
binocolo in vetroresina rosso che passò come un fulmine al compagno.
Odros pose il binocolo a mani alzate sopra la sua testa, davanti alla protesi specchio e cominciò a scrutare l'orizzonte. Intanto il vento si era fatto gradualmente più impetuoso e faceva rotolare sulla bianca, infinita pianura cristallina, lunghe e sottili radici secche che venivano trasportate lontano, finchè non era più possibile vederle ad occhio nudo. La luce, però, stava cambiando, come se si fosse ridotta, e il cielo pareva aver perso la sua limpidezza quasi trasparente. Tuttavia il sole era ancora solidamente piantato a picco, sopra di loro, caldissimo. Odros guardava l'orizzonte in silenzio, poi abbassò il binocolo, si girò di scatto verso l'amico e disse una cosa che non avrebbe voluto dirgli:
- Hai ragione. Sono polibellule. Dobbiamo scavare delle buche e seppelirci dentro. Hai portato le cannucce di vetro? Cercale!-. Poi si buttò a terra
e cominciò a scavare.
Phedj rimase per un attimo paralizzato dalla notizia, cioè era incapace di muoversi. Non gli era mai capitato di essere travolto da un branco di polibellule. Fin dai tempi della sua nascita, era rimasto terrorizzato dai racconti riguardanti questi animali, soprattutto dalle storie di Tirsa, la sua trainer-biotecnica-delle-origini. Tirsa gli aveva parlato di effetti tossici terribili, successivi al contatto con una polibellula: lacerazioni dei tessuti della pelle che nessun riassemblaggio avrebbe mai più potuto riparare; acufeni zoomorfi persistenti; perdita totale dell'equilibrio, su tutto il Territorio. Mentre Phedj ritornava con la mente alle spaventose parole di Tirsa, il cielo si era fatto improvvisamente più scuro, e come attraversato da ombre fuggenti che si irradiavano in varie direzioni, generando una sensazione di temporale in arrivo. Il vento adesso era molto forte, e intanto Odros scavava come un forsennato.
- Phedj! Mettiti a scavare! Muoviti!- Urlò al compagno,ma una raffica gli staccò di netto la protesi che cominciò a rotolare via, sulla sabbia, e lui si alzò velocemente dalla buca, e corse a testa bassa all'inseguimento dello strumento. Quando lo raggiunse, vi si tuffò sopra, rialzandosi subito e correndo di nuovo alla buca.E, prima di ricominciare, afferrò Phedj per le spalle buttandolo a terra.
- Ti ho detto di scavare! Dove sono le cannucce?- Chiese Od, e senza attendere una risposta strappò la borsa a rete del compagno estraendone
un mazzetto di cannucce striate d'azzurro. Se ne mise in bocca una e lo stesso fece al suo compagno, che, uscito dallo stato paralitico in cui versava, aveva
finalmente cominciato a scavare una fossa a forma di T, dal momento che il vero problema era adesso la sua testa larga un metro, e doveva starci anche lei.
Ora l'orizzonte si era decisamente oscurato e aveva preso la forma di una spessa linea grigio-blu che rumoreggiava selvaggiamente rimandando suoni simili a cachinni fruscianti. Anche l'aria aveva assunto un odore, insieme salmastro e sulfureo, decisamente sgradevole.
Le polibellule erano molluschi che vivevano nelle profondità marine. Simili a polipi grigi e coriacei, possedevano però ali trasparenti e lanceolate, con le quali volavano in branchi, a grande velocità, sospese a mezzo metro circa dal suolo. L'unico modo per evitare di essere travolti era quello di scavare una buca e ricoprirsi di sabbia, per poi far uscire una cannuccia all'esterno per respirare.
Oppure salire su una torre eolica, di quelle alte almeno dieci metri.
Naturalmente, in quel punto del Territorio, così disabitato e brullo, non c'erano torri eoliche di nessun tipo.
La buca di Phedj, intanto procedeva a grande velocità, mentre quella del compagno era quasi finita. Odros si era risistemato alla meno peggio la protesi-specchio sopra la testa e ora lui era ritornato al suo affaccendamento escavatorio. Ma come avrebbe voluto essere da tutt'altra parte in quel momento! Voleva essere a casa sua, sdraiato nella vasca, mentre Venus, la sua compagna, gli massaggiava delicatamente la schiena. Oppure avrebbe voluto passeggiare lungo un sentiero sotto gli alberi, nel luogo delle Voci Disarticolate, facendosi dolcemente cullare da qualche loro felice polifonia , o semplicemente da qualche canto sommesso. Ma stava pensando anche a Phedj, poveretto, che lui aveva trascinato in quell'impresa, e che per la prima volta nella sua vita stava per incontrare un branco di polibellule svolazzanti. A lui, invece era già successo. Aveva l'esperienza dalla sua (continua).
ATOPIC LAND: una premessa e un tributo a Jonathan Lethem.
Il racconto a puntate che tra qualche giorno si vedrà postato su questo blog "creativo", è decisamente ispirato allo stile surreale del giovane Autore contemporaneo statunitense. In verità, il termine "surreale", si configura come "troppo grande" ma anche "troppo stretto" per un Autore come Lethem. Preferirei considerarlo un autore dell'"ulteriorità". Lethem infatti scrive racconti e romanzi che molti hanno tentato (per fortuna senza successo o riscontri da parte del medesimo) di inscrivere in un "genere": fantascienza? Horror? Surrealismo? La poetica lethemiana è un qualcosa che si disegna solo su se stessa, benchè, in rari casi, possa ricordare vagamente i climi narrativi di Dick. Ma se ne discosta immediatamente, generando mondi sui generis che sembrano uscire direttamente dal ritmo sintattico stesso, dal concatenarsi della parola, una parola "sempre nuova" e aperta all'alterità, all'ulteriorità, a ciò che è superamento della storia stessa che viene raccontata. Una delle opere più emblematiche, in questo senso è senz'altro "Amnesia Moon", dove si racconta di un viaggio on the road, intrapreso dal protagonista, dal significativo nome di Caos, insieme a una bambina di sei anni, completamente ricoperta di peli. I due vanno in una terra reale e immaginaria insieme. E' certamente costituita dalle vaste pianure americane, ma è anche un nulla vuoto e sempre virante in mondi irreali avvolti da nebbie verdi, e abitati da orologi a muro che parlano, e vasi di bonsai che rispondono: personaggi inanimati/animati che sorgono dal nulla, in modo inqueietante, nel corso del racconto, mandando in frantumi il "senso" di ciò che si era letto fin lì. Infatti i racconti di Lethem non finiscono, in senso canonico. Il plot termina sempre come nei cartoni animati del coyote che, per inseguire lo struzzo, si trova sospeso sul canyon, mentre sotto si apre l'abisso. Il mio racconto "Atopic Land", che vado a postare, vuole essere un omaggio a questo giovanotto della letteratura americana, col quale mi sento assai in sintonia, e naturalmente anche un'occasione di svago, di divertimento, di comunicazione con chi lo leggerà.
Sono qui per comunicare alle Comunità del Laboratorio, e a tutti quanti vi accedono, che tra non molto pubblicherò su queste pagine un racconto lungo, a puntate, dal misterioso titolo "ATOPIC LAND - Racconto di un Altrove". Tra qualche giorno anticiperò ancora qualcosa, scrivendoci sopra una premessa che farà anche da guida alla lettura. Oggi dirò solo che il racconto è fortemente ispirato allo stile di Jonathan Lethem, Autore da me molto amato.
A presto.
a.moroni
SALUTI DA LIVIGNO
Stamattina in quel di Livigno il termometro segna - 20°, il cielo è grigio, l'aria assolutamente asciutta e immobile, gradevole da respirare. Il freddo è tollerabilissimo, la neve, caduta nelle scorse settimane e rinnovata da quotidiane spolverate fino a l'altro ieri, è rimasta asciutta e friabile sotto i piedi. Dacchè sono qui il termometro non è mai salito oltre -7°.
Mio figlio maggiore folleggia sulle piste e rientra ogni giorno con entusiastici racconti di avventure incredibili, descrizioni del panorama bianco e nebbioso a tremila metri, delle vedute su distese immacolate e vasti crinali, del freddo tagliente che intorpidisce il viso. Sei stanco? chiedo. No, assolutamente no. E poi crolla addormentato senza neppure essersi tolto i pantaloni imbottiti.
Il piccolo Andrea ci viene a rimorchio, non è entusiasta dello slittino, lo trova monotono, e in cima al Foscagno, dove tirava un lieve vento, s'è messo a piangere per il freddo. Così eccoci nella magnifica biblioteca livignasca dove ognuno di noi ha trovato pane per i propri denti. Mio marito è immerso nella lettura di una straordinaria cronaca di Livigno dal 1476 ad oggi, in tre volumi, decisamente affascinante. Andrea ha trovato una sezione bimbi fornitissima ed io, indovinate un po', una postazione internet modernissima e ad ottimo costo.
Vorrei regalarvi qualcosa, un souvenir di Livigno. La ricetta del famoso Bombardino, il drink locale che compie trent'anni:
3/4 di Vov; 1/4 di wisky. Scaldate il tutto con il getto di vapore della macchina da caffè ed aggiungete un fiocco di panna montata. Se lo volete più leggero: 1/2 di vov, 1/4 di latte e 1/4 di wisky.
Con queste temperature non sembra neppure tanto micidiale!
Un saluto dalla vostra Capsicum
Viene, viene la Befana
vien dai monti, è notte fonda;
com'è stanca e la circonda
neve, gelo e tramontana,
viene, viene la Befana.
Ha le mani al petto in croce
e la neve è il suo fardello,
il gelo il suo mantello
ed il vento la sua voce;
ha le mani al petto in croce.
Lei si accosta piano piano
alla villa e al casolare,
a guardare e a osservare,
or più presso or più lontano
piano piano, piano piano.
Che c'è dentro questa villa?
Guarda, guarda, tre lettini
con tre bimbi a nanna buoni.
Guarda, guarda ai capitoni
c'è tre calze lunghe e fini,
oh, tre calze e tre lettini.
Un lumino brilla e sale
e ne scricchiolan le scale,
il lumino brilla e scende
e ne palpitan le tende.
Chi mai sale e chi mai scende?
Coi suoi doni mamma è scesa,
sale con il suo sorriso
e il lumino le arde in viso
come lampada da chiesa.
Coi suoi doni mamma è scesa.
Ma che c'è nel casolare?
Guarda, guarda tre strapunti
con tre bimbi a nanna buoni
tra la cenere e i carboni,
c'è tre zoccoli consunti;
oh, tra scarpe e tre strapunti!
La Befana vede e sente,
fugge al monte ch'è l'aurora,
quella mamma piange ancora
su quei bimbi senza niente.
La Befana vede e sente.
La Befana sta sul monte,
ciò che vede e ciò che vide,
c'è chi piange e c'è chi ride,
essa ha nuvoli alla fronte,
mentre sta sul bianco monte.
(G.Pascoli)
^^
Scrivono sul Natale.
Non ho voglia di tuffarmi in un gomitolo di strade
Ho tanta stanchezza sulle spalle
Lasciatemi così
Come una cosa posata
In un angolo
E dimenticata
Giuseppe Ungaretti, Natale
Un vischio, fin dall'infanzia sospeso grappolo di fede e di pruina sul tuo lavandino e sullo specchio ovale ch'ora adombrano i tuoi ricci bergère fra santini e ritratti di ragazzi infilati un po' alla svelta nella cornice, una caraffa vuota, bicchierini di cenere e di bucce, le luci di Mayfair, poi a un crocicchio le anime, le bottiglie che non seppero aprirsi, non più guerra ne' pace, il tardo frullo di un piccione incapace di seguirti.
Eugenio Montale, Di un Natale metropolitano
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